In un’epoca in cui i social media accorciano i tempi di attenzione e spingono verso contenuti rapidi, la danza
si trova davanti a una sfida cruciale: mantenere intatta la propria profondità artistica senza farsi ridurre a
semplice “performance da scroll”. È in questo contesto che risuona con forza la riflessione di Marcello Carini:
la danza non può essere confusa con un formato veloce, perché nasce da tecnica, studio, continuità e visione.
Un messaggio contro la superficialità
L’affermazione “La danza non è un TikTok” non è una critica ai nuovi media, ma un richiamo alla sostanza.
Il movimento scenico richiede tempo: tempo per formare il corpo, consolidare la tecnica, costruire un linguaggio
personale. La qualità non si improvvisa e non si misura in secondi, ma in percorso, cura e responsabilità.
Disciplina, crescita e identità artistica
La prospettiva di Carini mette al centro la formazione: la danza come pratica quotidiana, fatta di costanza,
ascolto e lavoro reale. È una visione che valorizza la crescita progressiva e la trasmissione del mestiere,
proteggendo l’arte dal rischio di diventare solo immagine, tendenza o “effetto”.
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